Chewingum, shades & hairspray

C’è poco da fare se sei uno che ama i classici e, pur avendo fatto un’ingente scorpacciata di film d’autore al Dams o avendo tentato di vedere volontariamente pellicole non ordinarie, ti compri solo dvd o blu-ray di titoli che hanno segnato la tua infanzia. Per quelli che come me nascono nella prima metà degli anni ’80, fans di Ritorno al futuro (per citare un capostipite), del periodo d’oro di John Hughes e del Brat Pack, quelli che l’estate non era estate se non si faceva notte a guardare il ciclo “Notte horror”, la roba da radical-chic di autori/registi polacchi, tedeschi, francesi e anche nostrani (la lista nera di nomi è praticamente interminabile) la utilizziamo come carta-igenica. Severo? No, non sono ipocrita e quindi, l’ultimo film di Lars Von Trier te lo tieni te caro il mio bell’emulatore di Roberto D’Agostino.

Il genere patinato, ossia quel tipo di pellicole sono caratterizzate da perfezione esteriore o solo apparente, alla quale possono essere sacrificati contenuti più realistici, è un pò come quella coperta calda a cui siamo terribilmente affezionati sin da quando eravamo bambini. Ad esempio, consideriamo due macro-generi del cinema, azione e commedia. Ora ad entrambi accostiamo un regista…

Tony Scott (1944-2012), fratello del più celebre Ridley (Alien, Blade Runner, Black Rain – pioggia sporca, ecc.) è stato a mio parere uno dei pionieri dell’action patinata made in USA. Nel corso del tempo, in una carriera lunga trent’anni ha via via affinato sempre più la sua tecnica, crescendo di pellicola in pellicola ed inciampando raramente: da Miriam si sveglia a mezzanotte (1983) a Unstoppable (2011) attraverso vere perle come Una vita al massimo (1993) scritto da Quentin Tarantino, rari esempi di perfezione tecnica come De-Javu (2006) e Man on fire (2004) entrambi con Denzel Washington, senza tralasciare pezzi d’alta scuola come il cult L’ultimo boyscout (1991) – probabilmente il miglior Bruce Willis sullo schermo – Revenge (1990), Allarme Rosso (1995), Giorni di tuono (1989), Nemico Pubblico (1998) e il film che diede a Tom Cruise il successo di cui ancora gode, Top gun (1986). Tutti titoli che rimangono nella nostra memoria, prova tangibile che Ridley aveva in famiglia un validissimo concorrente.

Il nome John Hughes, regista passato a miglior vita anche lui, alla maggior parte della gente non dirà assolutamente nulla, ma il solo titolo Mamma ho perso l’aereo sarà sufficiente ad accendere una spia. Hughes non è stato solo l’inventore di una delle commedie più divertenti e originali di fine anni ’80 (Natale 1990 per la precisione), ma è uno studioso della X generation, camminando per i corridoi delle scuole americane, “sbirciando” fra gli armadietti dei ragazzi, scrivendo le loro travagliate storie d’amore e d’amicizia senza mai far mancare qualche lacrima fra una risata e l’altra. È stato la punta di diamante delle teen-comedy, ma è stato scoperto troppo tardi, quando ormai gli anni d’oro erano passati ed una malattia se l’è portato via, dando l’opportunità di essere solo ricordato dall’Academy durante la notte degli Oscar 2010.

I film di Hughes sono nostalgia allo stato puro, colonne sonore con pezzi dell’epoca mischiate a tracks degli anni 50 e 60, un collage tra Grease e la forma più distorta di un sogno americano già infranto, tra le lacrime e gli occhi lucidi di Molly Ringwald e le facce stralunate di Anthony Michael-Hall, da un ammiccante sorriso di Andrew McCarthy alla camminata scivolosa di Jon Cryer, passando per Kevin Bacon, John Candy, Jim Belushi, John Cusack, Matthew Broderick, Steve Martin, Joe Pesci e tanti altri ancora. John Hughes è la scoperta della Coca-cola dopo aver bevuto sempre thè al limone, ma ogni tanto con un retrogusto un pò amaro.

L’arte di John Hughes ha dato vita ad un vero e proprio movimento che si è protratto fino ai nostri giorni con una veste più nostalgica dando vita a serie televisive e a film intenzionati (spesso non riuscendo) a far rivivere quei tempi con chewingum, Rayban e hairspray. Probabilmente i migliori emulatori rimangono Joel Schumacher che con i suoi St.Elmo’s Fire (1985), Ragazzi perduti (1987) e il più cupo Linea Mortale (1990), mentre ai giorni nostri il miglior prodotto fino ad ora realizzato è sicuramente Stranger Things (2015), che però segue anche altre linee tracciate dal miglior Spielberg e Tobe Hooper con il suo immortale Poltergeist (1983) considerando che i protagonisti non sono dei liceali bensì da ragazzini perfettamente accostabili al quartetto dei Goonies di Richard  Donner o, ancora di più, al terzetto di Explorers di Joe Dante.

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Il fatto che quell’atmosfera così ricca di pathos e mistero o così ricca di colori e rock ‘n roll nel caso di commedie leggere sia tornata a far sentire a gran voce la propria presenza, probabilmente è dovuta alla saturazione delle persone per un mondo che va troppo veloce, schiavo della tecnologia e delle continue informazioni. Stranger Things si trasforma da un prodotto creato su misura per nostalgici dell’era 1983-91 a vero digestivo di un’epoca, quella attuale, oppressiva e quindi pesante: via i selfie, via internet, via quasi anche la tv, perchè il “demogorgone” è lì fuori come il mondo dell’intera avventura creata dai Duffer Brothers. Torce alla mano, in sella alle Bmx  e con i walkie-talkie come mezzo di comunicazione, proprio come una volta.

Dopo uno straordinario successo sulla piattaforma Netflix, i fan di Stranger things dovranno attendere l’estate per vedere cosa accadrà a Mike, Eleven, Lucas e Dustin e tutti gli altri protagonisti nella seconda stagione.

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