Haunting – Presenze (1999)

02250916Il 1963 e il 1999 sono gli anni in cui sono stati prodotti due film praticamente identici: quello del ’63, il primo film, è diretto dal grande Robert Wise e porta il titolo (almeno in italiano) de “Gli invasati”, il secondo è il suo remake ed è “Hanuting – presenze“, diretto da un ex-direttore della fotografia, Jan de Bont, già regista dell’adrenalico Speed (1994) e l’avventuroso Twister (1996). Parlerò del secondo, un film che ha molto da dire in un senso e poco nell’altro. De Bont, vecchio volpone olandese trasferitosi ad Hollywood da tempo, porta quindi in scena un classico del thriller paranormale, una sceneggiatura basata sul romanzo di Shirley Jackson L’incubo di Hill House. L’opera di Bont non sarà la sua ultima come regista, ma seppur con un ottimo successo ottenuto al botteghino (170 milioni di dollari a fronte di un budget di 80 milioni), il film fu nettamente stroncato dalla critica: prova schiacciante, le cinque candidature ai Razzie Awrds (tra cui peggior film).

Il Professor David Marrow (Liam Neeson), un appassionato antropologo, intende studiare i segreti di una vecchia ed imponente dimora chiamata Hill House, la quale non solo è stata teatro di omicidi e suicidi in passato, ma anche isolata dal mondo esterno poiché si trova in una zona assai lontana da un centro abitato. zW4eYEqDx4WKEkzmrVNRYoiUoDjCon la scusa di vedere le reazioni in relazione alla paura, Marrow invita tre giovani persone con disturbi da insonnia per venire più facilmente a conoscenza dei misteriosi eventi che hanno reso Hill House una vera casa infestata. Ben presto la sensuale Theo (Catherine Zeta-Jones), l’incompresa Eleonore (Lili Taylor) e l’allegro Luke (Owen Wilson), scopriranno assieme al Professor Marrow che Hill House nasconde una verità inquietante e che le leggende sulle presenze spiritiche sono tutte vere…

Bisogna cominciare a dire che la scenografia, diretta dal nostro Eugenio Zanetti, è curata in modo maniacale: Hill House è al suo interno una straordinaria opera d’architettura gotica e barocca, a volte addirittura circense. Davvero un lavoro esemplare. Non si può dire lo stesso per la regia di De Bont, la quale dopo soli venti minuti dall’inizio cala d’intensità e si trascina in modo molto poco professionale verso il tanto atteso finale, già perché a fare acqua è soprattutto la noiosa sceneggiatura di David Self, stanca già a metà della visione e che si dilunga per oltre 110 minuti….decisamente troppo. MSDHAUN EC002Il cast artistico è perfettamente divisibile in due: gli attori capaci, Liam Neeson e Lili Taylor fanno il meglio possibile ma si percepisce chiaramente la loro difficoltà, sia per l’opera in se che per la collaborazione con le allora stelle emergenti Owen Wilson e la bellissima Catherine Zeta-Jones (discreti attori ma, almeno in questo caso, cani anche in foto citando Renè Ferretti di Boris). Male anche la gestione della tensione, i brividi li danno i corridoi dell’antica dimora dei Crane, non gli effetti speciali, e male persino il montaggio di un veterano come Michael Kahn, storico collaboratore di Spielberg. Insomma un film che non doveva essere fatto, o meglio poteva essere fatto ma in modo senza dubbio migliore e la sensazione è quella della grande occasione persa: tre anni dopo uscirà il ben più “povero” Darkness dello spagnolo Balaguerò, che aveva un’interfaccia piuttosto simile ma sapeva spaventare in modo sopraffino. Per dirla in breve e in termini calcistici, si puntava alla Champions League e si è malamente retrocessi in Serie B.

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