Febbre da cavallo (1976)

Febbre da cavallo“Chi gioca ai cavalli è un misto, un cocktail, un frullato de robba, un minorato, un incosciente, un regazzino, un dritto e un fregnone, un milionario pure se nun c’ha na lira e uno che nun c’ha na lire pure se è milionario. Un fanatico, un credulone, un buciardo, un pollo, è uno che passa sopra a tutto e sotto a tutto, è uno che ‘mpiccia, traffica, imbroglia, more, azzarda, spera, rimore e tutto per poter dire: Ho vinto! E adesso v’ho fregato a tutti e mo’ beccate questa… tié (gesto dell’ombrello)! Ecco chi è, ecco chi è il giocatore delle corse dei cavalli”. Con grande probabilità, Febbre da cavallo di Steno rappresenta uno dei capisaldi della commedia all’italiana del ventennio 1961-1980, sicuramente un esempio di comicità di grande impronta romana e che è stata rivalutata solo con il tempo, dopo che ai botteghini non potè godere di un meritato successo. Fu proprio grazie alle emittenti televisive che il film prodotto da Roberto Infascelli venne riscoperto e ad oggi è considerato un film cult per appassionati di film d’epoca, sportivi e amanti della commedia leggera. Nel cast Gigi Proietti ed Enrico Montesano sono i mattatori assoluti, ma il “circo” di personaggi che ruota attorno a loro è assolutamente strepitoso: Catherine Spaak, Mario Carotenuto, Francesco De Rosa, Ennio Antonelli, Adolfo Celi e Luigi Bonanni, solo per citarne alcuni. La sceneggiatura venne scritta a sei mani da Enrico Vanzina, papà Steno e Alfredo Giannetti, vecchio amico dei fratelli Vanzina e assiduo giocatore di corse di cavalli. Le riprese del film sono datate 20 giugno 1975.

La storia narra, attraverso una lunga analessi, delle peripezie di tre amici alle prese col vizio delle scommesse ippiche: Bruno Fioretti detto Mandrake, indossatore morto di fame, Armando Pellicci detto Er Pomata, disoccupato, ricco solo di grandi risorse truffaldine, e Felice, guardamacchine abusivo. I tre trascorrono gran parte del loro tempo cercando di mettere insieme i soldi per scommettere, solitamente a Tor di Valle, e in altri ippodromi della penisola; mettono a segno furberie e truffe di ogni genere, spesso ai danni di Manzotin, al secolo Rinaldi Otello, macellaio e nemico giurato dei tre protagonisti. In particolare nella scena iniziale del film, Febbre da cavallo_2Pomata riesce con una scommessa a farsi dare 20 000 lire dal macellaio, per puntare insieme agli altri soldi dei due amici sul favorito Mon Amour, che si rivelerà tuttavia una sonora delusione con tanto di goliardico alterco di Mandrake, mentre la giocata vedrà vincitore, tra gli altri, proprio Manzotin. Il giorno dopo i tre non sanno dove trovare i soldi per puntare sul favorito a una corsa a Napoli: dopo un paio di tentate truffe non andate a buon fine, decidono di vendicarsi di Manzotin; fingendosi prima la governante del conte De Simone e poi il conte stesso, Pomata ordina 1 kg di carne con resto di 100 000 lire e, all’arrivo del figlio del macellaio, i tre riescono a compiere la truffa accaparrandosi i soldi per la giocata. Tuttavia il favorito per la corsa, Can-Can, viene sconfitto dal napoletano Mambo, e i tre finiscono per correre da un vagone all’altro del treno sul viaggio di ritorno per sfuggire dal controllore, non avendo i soldi per pagare il biglietto. A quel punto Gabriella, la storica fidanzata di Mandrake, stanca delle continue mancanze del compagno – che oltre a sperperare denaro, quando perde ai cavalli, per una sorta di complesso di colpa, non riesce a fare l’amore – chiede consiglio a una cartomante, che la induce a giocare una Tris. I tre cavalli indicati dalle carte e dallo stesso Mandrake (Soldatino, King e D’Artagnan) sono tra i peggiori in circolazione; soprattutto Soldatino, il cavallo di proprietà dell’avvocato De Marchis, che, non avendo soldi, è costretto a privarlo persino della biada, subendo inoltre le ire del driver Stelvio Mazza che sta aspettando ardentemente gli arretrati. L’avvocato De Marchis, Mandrake, Febbre da cavallo_3Felice e Pomata alla sbarra. Il caso vuole che i tre brocchi siano presenti insieme proprio in una corsa a Cesena valevole come Tris. Mandrake sembra così deciso a seguire il consiglio della compagna, ma viene convinto da Pomata a puntare su un altro cavallo (Antonello da Messina, il superfavorito). Il pronostico della cartomante risulta però esatto e un esterrefatto Mandrake, per salvare la propria relazione con Gabriella, le mostra una giocata falsa riempiendola di vane promesse per l’avvenire. Furioso con Pomata per il suo pronostico errato, Mandrake comincia ad aspettarlo sotto casa, insieme allo strozzino Er Ventresca, che da tempo aspetta di riavere da Armando 300 000 lire di debiti. Un giorno Mandrake riesce a trovare Pomata, nel momento in cui l’uomo ha allestito la camera ardente per la defunta nonna in casa sua e li Bruno fa la conoscenza di Giuliana, la sorella di Pomata, soprannominata per la sua alitosi Tornado il vento che uccide. In realtà si tratta di una messinscena architettata da Pomata per sfuggire ai numerosi creditori, tra cui appunto Mandrake. Una volta calmate le acque, i tre si vedono costretti a ideare una “super-mandrakata” (così Mandrake definisce le sue geniali truffe) in combutta con Pomata, Felice, De Marchis e l’amica Mafalda. Dato lo straordinario vigore trovato da Soldatino, che ha cominciato a vincere tutte le corse in cui gareggia, i compari decidono che Mandrake si sostituisca, nell’imminente Gran Premio degli Assi di Tor di Valle, all’imbattibile Jean-Louis Rossini, driver dell’unica vera rivale, Bernadette, per rallentarla e vincere puntando su Soldatino, la cui quota di scommessa è ancora molto alta…Febbre da cavallo_4

Con una sceneggiatura travolgente basata sugli episodi narrati da Mandrake che vanno a ricomporre tutto l’itinerario di disavventure che hanno inevitabilmente portato lui, Pomata e gli altri davanti alla Corte, Febbra da cavallo è un film che non stufa mai, divertente e irriverente, giocherellone e molto italiano, in cui si possono portare all’estremo le passioni/ossessioni dello scommettitore come stereotipo, vittima della gloria che probabilmente non riceverà mai, ma che si ostina a trovarla fino all’ultimo e che si trascina con fantozziana dimestichezza in un mondo di ladri e caratteristi che solo un ippodromo può offrire. Nel film di Steno, gonfio di quella ricchezza in cui Roma e l’Italia tutta vivevano nella metà degli anni ’70, c’è tanta musica (lo storico tema principale è una squisitezza di samba e boogie) composta da Franco Bixio, Fabio Frizzi e Vince Tempera e tutto danza con l’ausilio dell’allegro montaggio di Raimondo Crociani. Ogni volta che vedo questo esempio vivido di commedia all’italiana, mi chiedo se avessero fatto la cosa giusta non girare un seguito dopo magari un paio di anni. Febbre da cavallo_5Mi riferisco principalmente alla scena finale, in cui i nostri eroi, accompagnati stavolta anche dal Giudice Adolfo Celi, se ne vanno tutti contenti all’ippodromo di Cesena per un’altra corsa di cavalli: nel 1978 sarebbe stata un’altra strepitosa commedia, non come invece è accaduto nel 2001, in cui erano passati più di 25 anni e tanti di quei caratteristi di contorno non c’erano già più. Il seguito diretto dal figlio di Steno, Carlo Vanzina, è un vergognoso tributo ad un film geniale.
Febbre da cavallo resta un nostalgico pezzo da museo del cinema italiano, capace di raccontare non solo le vicissitudini di falsi eroi per lo loro passione/ossessione, ma di un Paese colorato e colorito, un’Italia che regalava i suoi ultimi Carosello e si preparava ad affrontare le televisioni a colori.

★★★★✬

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