Dark city (1998)

Dark city_0Fresco del successo de Il corvo (1994), il regista Alex Proyas riceve carta bianca dalla New Line Cinema per una storia del tutto nuova. Dark City, appena viene distribuito nelle sale, riceve critiche positive appagando lo spettatore più esigente, ma si rivela una trappola per il talento australiano: il film infatti incassa poco più di 27 milioni di dollari in tutto il mondo, esattamente lo stesso importo del budget speso dalla produzione. Un pugno allo stomaco per le casse della New Line, ma soprattutto una cicatrice indelebile sulla credibilità dell’autore il quale avrà l’opportunità di lavorare ancora ad Hollywood con Io, Robot (2004), Segnali dal futuro (2009) e Gods of Egypt (2016), tutti film importanti ma privi di midollo.
Dark City insomma fa quindi da spartiacque alla carriera di Proyas, una pellicola che vede come protagonista Rufus Sewell e con i complementari Kiefer Sutherland, Jennifer Connelly e William Hurt.

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John Murdoch si risveglia nella vasca da bagno di un hotel in preda all’amnesia. Dopo essersi vestito e sistemato, riceve una telefonata da parte del Dottor Schreber, che gli ordina di fuggire immediatamente, perché alcuni uomini lo inseguono. Durante la telefonata, John scopre il cadavere di una donna con degli strani simboli a spirale incisi sulla pelle e un coltello sporco di sangue. Scappa dall’albergo quando arrivano tre sinistri uomini con abiti e cappelli neri, gli Stranieri. Sforzandosi, John si ricorda del proprio nome e ritrova la moglie Emma. Nel frattempo viene braccato anche dall’ispettore Frank Bumstead, dato che viene accusato di aver compiuto una serie di omicidi, che John – per via dell’amnesia – non ricorda. Mentre è perseguito dagli Stranieri, John scopre di possedere poteri psicocinetici come loro, che sfrutta per la sua fuga. Mentre si muove per le vie della metropoli, che è sempre immersa in un tetro ed inquietante ambiente notturno, John scopre che tutti i cittadini cadono in uno stato comatoso a mezzanotte in punto, l’ora in cui gli Stranieri fermano il tempo e alterano il paesaggio urbano, così come l’identità delle persone e i loro ricordi. John, attraverso indizi in suo possesso e dei confusi flashback, scopre che l’oscura città in cui vive era un tempo un paese costiero chiamato “Shell Beach”. Dark city_2I suoi tentativi di uscire dalla metropoli per arrivare a Shell Beach sono ostacolati dalla mancanza di informazioni attendibili dalle persone che incontra sul suo cammino. Nel quartier generale degli Stranieri, questi, indagando sul fatto che un umano possiede i loro stessi poteri, iniettano i veri ricordi di John nella mente di un loro agente, Mister Hand, per poterlo rintracciare ed eliminare…

Il più grande errore di Dark City è l’anno di produzione, troppo presto per un pubblico affezionato ad una fantascienza basilare (siamo in pieno periodo di Star Trek e ai momenti migliori di X-Files), dove un secondo o anche un eventuale terzo livello non sono facilmente contemplati. Eppure l’anno successivo uscirà nelle sale The Matrix che, pur parlando di un universo simile a questo, sarà un successo planetario, probabilmente perchè è un film dove l’azione è al centro della trama.
Dark city è un pezzo da novanta, di indubbia qualità (Dariusz Wolski si rivela un maestro della fotografia), con un cast di alto livello e con delle incredibili scenografie (George Liddle e Patrick Tatopoulos) sospese fra il Batman di Tim Burton e Blade Runner, dove gli antagonisti pur se apparentemente inquietanti e potenzialmente crudeli (ricordano molto i cenobiti di Hellraiser) si rivelano una specie debole e in estinzione. Dark city_3Oltretutto il piano narrativo si arricchisce di elementi quando ad ogni quotidiano rintocco della mezzanotte (o mezzogiorno?) la città si ferma e le identità dei cittadini cambiano di volta in volta, una crisi d’identità di massa che non sembra essere contemplata, un mondo dove ricordi e sogni si mescolano a tal punto da non dare punti di riferimento, un caos forzato per la ricerca di quel qualcosa che rende noi umani unici, una gabbia sospesa nello spazio profondo.
A differenza di un’interpretazione discreta di Hurt e della Connelly, sono Sewell e Sutherland (il secondo specialmente) a padroneggiare. In due ore circa di buio, Proyas – il quale ci aveva abituato alla continua oscurità anche ne Il Corvo – lascia gli ultimi 60 secondi ad un’esplosione di luce, in un finale che esalta al massimo il potere del contrasto. Se durante una ricerca di titoli, dovesse venir fuori Dark City, non lasciatevelo scappare.

★★★★☆

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