A 30 secondi dalla fine (1985)

A 30 secondi dalla fine_0“Non c’è belva tanto feroce da non avere un briciolo di pietà. Ma io non ne ho alcuno, quindi non sono una belva”. Una citazione di colore bianco che si confonde quasi con le immagini sullo sfondo, una tormenta di ghiaccio e neve senza fine ed un convoglio lanciato a velocità ormai indefinita verso la distruzione certa. La potenza di queste suggestive scene dirette dal russo Andrej Končalovskij, il quale qualche anno dopo dirigerà prima Rambo III e poi Tango & Cash, sono l’emblema di un film silente ma profondo nato dalla mente di un gigante del cinema come Akira Kurosawa e dallo scrittore Edward Bunker, anche attore di questa pellicola. Nel cast un enorme Jon Voight e un ottimo Eric Roberts nel periodo in cui non aveva ancora iniziato a distruggere la sua esistenza e faro di sua sorella Julia, all’epoca ancora sconosciuta. Li affiancano la bella (ma irriconoscibile) Rebecca De Mornay, Ryan T. Heffner, John P. Ryan e T. K. Carter.
Piccola apparizione anche er Danny Trejo, nel ruolo di un pugile all’interno del carcere dove si snoda la prima parte del film.
Runaway train, che venne presentato al Festival di Cannes nel 1986, non fu un successo di pubblico ma di critica. Lo dicono le candidature agli Oscar per Jon Voight (ma vincitore del Golden Globe e Eric Roberts) e per il miglior montaggio. Lo dice la candidatura ai Golden Globe come miglior film drammatico.

Nel carcere di massima sicurezza di Stonehaven, in Alaska, Oscar Mannheimer, detto Manny, che ha appena scontato tre anni in cella di isolamento per ripetuto tentativo di evasione, è ritenuto dagli altri detenuti una sorta di eroe. Egli riesce a fuggire con il giovane scapestrato Buck, condannato per stupro, avventurandosi tra il gelo e la neve. Ranken, lo spietato direttore del carcere con un particolare rancore nei confronti di Manny e che aveva tentato di far uccidere da un detenuto, si mette sulle loro tracce, mentre questi riescono a raggiungere la ferrovia e salire a bordo di un convoglio merci, formato da quattro potenti locomotori.A 30 secondi dalla fine_3
Essi però sono ignari che il macchinista è morto per un attacco cardiaco, non prima di lanciarsi dal treno e allertare il personale, il quale dalla sala controllo tenta invano di fermare il convoglio, con delle manovre azzardate. 
Nella disavventura si aggiunge Sara, giovane operaia rimasta a dormire su una delle locomotive e suggerisce ai fuggiaschi di raggiungere la prima locomotiva per togliere l’alimentazione e far rallentare il treno ma, disattivata la terza, si scopre che la porta per accedere alla prima è inesorabilmente bloccata.
Ranken intanto, accertatosi che i fuggitivi sono su quel treno, tenta di raggiungerli calandosi con un elicottero sulla prima locomotiva….

Semplice, spartano e glaciale. Il film di Koncalovskij è un action-thriller immerso in un territorio che ha punti di riferimento tranne una sottile linea nera nel bianco assoluto, quel binario su cui tutta la vicenda si svolgerà. L’effimera quantità di battute sarcastiche non ledono la portata drammatica di questa fuga disperata che trova nei volti tumefatti di Voight e Roberts un modo per dipingere l’uomo messo all’angolo dalla società pronto per il riscatto e la libertà. A 30 secondi dalla fine_2Il treno, metafora di un mondo che non ascolta i problemi del singolo individuo, corre verso la sua annunciata distruzione mentre la natura selvaggia è incastonata in una barriera di ghiaccio e non può essere goduta. La rpigionia, in un certo senso, prosegue anche al di là delle sbarre per Manny e Buck, figure contrastanti ma unite dal desiderio del riscatto.
In un’ambientazione cinica e avversa, Koncalovskij regala una storia di redenzione e destino, tutta relegata su una linea che si maschera da limbo, da purgatorio, quasi come se non ci fosse la possibilità di poter usufruire di una tridimensionalità della libertà.
A 30 secondi dalla fine è un viaggio che pone contemporaneamente l’inizio e la fine dell’uomo sullo stesso livello. Da recuperare.

★★★★☆

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