Ritorno alla quarta dimensione (1985)

RAQD_0Brutta l’invidia eh? Chissà cosa avrà pensato Jonathan Taplin quando sarà andato al cinema per visionare un film chiamato Ritorno al futuro? Taplin è il produttore di roba come Mean streets (1973) e Da morire (1995) e, secondo me, quando ha visto la straordinaria storia diretta da Bob Zemeckis avrà pensato “Secondo me, se pesco un pò quì e un pò altrove, ci caccio un film potenzialmente valido….”. Taplin si mette in contatto con un altro Jonathan, Betuel, che fino a quel momento era conosciuto solo per aver partecipato alla sceneggiatura di Giochi Stellari (1984) e che poi avrebbe definitivamente distrutto i suoi sogni hollywoodiani con T-Rex – Il mio amico Dino (1994)…..eh si.
E così esce in brevissimo tempo Ritorno alla quarta dimensione (My science project) che vede come protagonista l’abbastanza anonimo John Stockwell (Christine – La macchina infernale, Top Gun), Danielle Von Zerneck che non avrà una carriera felicissima, Fisher Stevens (Corto circuito), Richard Masur e perfino Dennis Hopper, quest’ultimo già in piena crisi d’identità visto che iniziava a fare le montagne russe con la qualità di certe pellicole e prove sconcertanti alternate da altre da standing ovation.
Il film di Beutel non è da considerare un insuccesso tenendo presente che da una spesa di 1,7 milioni di dollari ne guadagnò oltre 6,5. La Touchstone Pictures assieme alla Silver Screen Partners II si ritroveranno spesso assieme a produrre film certamente più famosi di questo come Sorveglianza speciale (1987), Su e giù per Beverly Hills (1986) e Per favore…ammazzate mia moglie (1986)RAQD_3.

Mike Harlan è un giovane studente di scienze che deve presentare una relazione al suo professore, altrimenti rischia di non passare l’esame. Insieme ad una sua compagna, penetra di nascosto in un vecchio deposito militare dove trova uno strano oggetto di metallo che attira la sua attenzione e decide così di farlo passare per la sua ricerca.
Collegandolo ad una presa di corrente, si accorge, insieme ad un suo amico, che questo particolare congegno può materializzare oggetti provenienti da epoche diverse. Non solo, mostrandolo al loro professore di scienze Bob, egli viene risucchiato dalla strana macchina, scomparendo davanti ai loro occhi.
I ragazzi capiscono di avere tra le mani una specie di macchina del tempo capace di abbattere le barriere dimensionali, che per funzionare ha bisogno continuamente di corrente elettrica.
Dopo aver fermato l’oggetto, facendo esplodere l’impianto elettrico dal quale si stava autoalimentando, RAQD_2Mike e il suo amico finiscono alla centrale di polizia, ma devono accorrere subito alla scuola dove la macchina sta scatenando una tempesta spaziotemporale. In poco tempo i ragazzi si trovano ad affrontare persone e creature del passato e del futuro…

Considerato il budget e un ristretto tempo con cui poter tirar su una storia “vendibile”, il film di Betuel si riesce a difendere benissimo nella prima parte, ossia fino a che Bob resta nella nostra dimensione: da quel momento in poi la noia prende il sopravvento e tanti saluti alle belle aspettative. RAQD (utilizzo l’acronimo perchè sennò ci metto 15 minuti) è la classica storia anni ottanta con personaggi stereotipati, una colonna sonora chiassosa e molto colore. Segue quasi in modo dichiarato gli step narrativi dettati da Ritorno al futuro ma sfrutta all’osso la prima parte prima di far saltare fuori la seconda che, in modo maldestro e precipitoso, RAQD_1va a chiudere in una serie di mediocri sequenze una sceneggiatura zoppicante fin dal principio. La partecipazione di Hopper è incomprensibile almeno quanto quella di Masur, due attori veri sprecati. Fanno meglio i giovani Stockwell e Stevens anche se le gag a cui partecipano sono spesso irritanti e strapiene di luoghi comuni. Restano quindi una discreta gamma di effetti speciali e una buona fotografia, mentre sono assai discutibili le scelte musicali di Peter Bernstein, che sarà stato spinto probabilmente dalla produzione per emulare alcune sonorità del film di Zemeckis.
Insomma un mix di fantascienza e commedia figlio di un processo di emulazione quasi vergognoso se non fosse per un interessante primo atto ed un ironico finale con Hopper che riprende un personaggio che lo ha reso celebre. Dulcis in fundo, i titoli di coda trash con track musicale fastidiosissima.
C’è di peggio, ma siamo lontani da un prodotto interessante anche se nostalgico.

★★✬☆☆

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